Benessere & Sport
28 Settembre 2026

Allo stadio

Una partita allo stadio: un padre e un figlio, la passione che unisce

Antonio era diventato padre piuttosto tardi, per cui si ritrovava ancora più distante del normale da suo figlio Luca adolescente. Non avevano in comune né il tipo d’infanzia, che l’adulto aveva passato scorrazzando fuori di casa con gli amici, né i divertimenti, visto che ai suoi tempi non esistevano i telefonini, non era lui a decidere a che ora accendere o spegnere la TV e se anche qualche volta giocava da solo, i suoi giochi implicavano l’uso attento di tutte e dieci le dita delle mani, le gambe ripiegate sul pavimento e gli occhi mobili.

Aveva infine trovato nelle partite allo stadio qualcosa da condividere con il figlio: non era un tifoso esagitato ma gli piaceva quel rito collettivo in cui si sentiva accomunato a un’orda di sconosciuti da una passione che gli faceva rivivere gli anni dei concerti dei mitici ’70.

Anche il figlio sembrava amare quell’atmosfera e se anche fosse stato per ragioni diverse dalle sue, l’importante era aver trovato qualcosa che potevano fare insieme e che non fosse una concessione dell’uno a favore dell’altro. Luca aveva una sciarpa porta-fortuna, su cui aveva appuntato una spillina ad ogni vittoria: alcune erano spille con l’emblema della squadra avversaria, quindi con la stessa funzione, meno truculenta, di uno scalpo. Altre ricordavano una certa partita o un trofeo importante.

Questa volta il padre aveva dovuto insistere per convincere il ragazzo, che temeva di non riuscire a prepararsi per il compito in classe se fosse uscito per vedere una partita non delle più importanti. Ma in fondo non occorreva molta fatica per convincerlo nonostante la disapprovazione della madre, per cui era più importante la scuola della serata con il padre. Luca uscì afferrando la mitica sciarpa, senza la quale non era mai entrato allo stadio: il padre gliela comprò in occasione della prima partita cui avevano assistito.

Il rito si svolse secondo una liturgia ben collaudata. E anche il risultato diede le sue soddisfazioni: sebbene all’inizio facesse freddino, Luca si era “sbucciato” di dosso tutti gli indumenti che si era messo “a cipolla”, a mano a mano che l’atmosfera si scaldava. La sciarpa l’aveva tolta quasi subito poiché gli teneva troppo caldo al collo. Per non perderla se l’era legata alla vita.

Tornando si erano fermati a un chiosco per bere una bibita e mangiare un panino, aspettando che la ressa si disperdesse e commentando la partita. Per il padre era una preziosa occasione di confronto con il figlio, che altrimenti non gli parlava quasi mai.

A casa il ragazzo andò dritto in camera sua, come al solito. Iniziò a svestirsi e poco dopo irruppe in salotto con gli occhi fuori dalle orbite. “La sciarpa, ho perso la sciarpa!”

Il padre si alzò esclamando “Ma come? Ho controllato i sedili prima di lasciare gli spalti, non c’era niente. Hai visto se per caso l’hai infilata dentro a una manica? Ti sei alleggerito più volte durante la partita, faceva caldo…”. “No, mi sono appena svestito, era sotto a tutto il resto e non c’è più. Non so quando l’abbia persa, né dove!! Oddio, no!” e si precipitò in camera sua.

Il padre lo seguì: si sentiva in colpa per averlo convinto a seguirlo allo stadio. Luca si era buttato sul letto. La desolazione era evidente: mancava la testiera, che consisteva appunto nella sciarpa appesa a due chiodi.

Quando il padre lo convinse che doveva averla persa all’interno dello stadio, altrimenti gliel’avrebbe notata spuntare dalla maglia legata in vita, il ragazzo lo guardò calmo e prese il telefono. Il padre era curvo su di lui come un punto interrogativo. Non capiva cosa stesse succedendo. Non gli era ancora entrato in testa che il telefono non serve solo per fare telefonate. Luca andò sul sito dello stadio. Cliccò su un’icona con la scritta “Oggetti smarriti” e iniziò a compilare un modulo per descrivere la sciarpa e inserire i suoi dati. Poi guardò il padre che gli chiese: “Allora? Andiamo a vedere se è ancora aperto?”. “No, figurati, a quest’ora! E anche se fosse, mica ci farebbero entrare…” “Ho visto che hanno Scouthing; se prima di chiudere qualcuno l’ha vista, potrebbe essere già nel database. Basta che un addetto la fotografi e tutto procede automaticamente. Anche se gli uffici sono chiusi, il sistema la acquisisce”. “Figo!” fece il padre. “Sì!”, sorrise il figlio”. “Quindi con questo sistema potresti sapere già questa sera se lo hanno trovato?”. “Potrei, se qualcuno la vede”. “Allora aspettiamo! Intanto, vieni di là e mangiamoci un gelato”.

Mentre i cucchiaini affondano nella crema, dal telefono arriva un breve suono, è un avviso di Scouthing; dice che un oggetto della categoria “Vestiario” è stato trovato alle 22.07 nel settore A13. “Era il nostro!”. “Speriamo che l’oggetto sia il tuo”. “Il messaggio dice che appena qualcuno avrà controllato la corrispondenza tra la segnalazione e il ritrovamento, saremo ricontattati”. “Vai a dormire, allora, e incrociamo le dita. Che ci sia il modo di sapere come trovare qualcosa che si è perso è già un ottima cosa. Se usano un sistema così efficiente, ho buone speranze che gestiscano bene tutto quanto”.

La mattina seguente il padre socchiude la porta per sbirciare il figlio. Luca è seduto sul letto e gli sorride sventolando lo smartphone. “Guarda che bella foto!” e gli mostra la sciarpa sul messaggino ricevuto. “Devo solo cliccare se scelgo di tornare a prenderla di persona o se me la faccio spedire!”. “Direi che non ci sono dubbi, passiamo al volo mentre ti accompagno a scuola”. “Certo! Pensa che se fossimo stati in trasferta avrei potuto comunque riaverla con un click”. “Un punto in più a favore dello stadio!”. E Luca con un balzo è fuori dal letto.

Ha già taggato lo stadio, e tutti gli amici sanno che potranno andare allo stadio contando su Scouthing in caso di bisogno.